“Mi piace studiare”

12 luglio 2013

“Storia di Malala” è un libro per ragazzi, edito da Mondadori, illustrato da Paolo D’Altan (vedi gallery), in uscita il 16 luglio. E’ nato per raccontare la storia di una ragazza coraggiosa: Malala Yousafzai. Coraggiosa, perché non è facile difendere i tuoi diritti quando gli altri – più grandi, più forti, più prepotenti di te – la pensano diversamente.


Malala ha alzato la voce per difendere ciò in cui credeva, non solo per se stessa, ma anche a nome delle altre ragazze. L’ha fatto rischiando la sua stessa vita. Era il 9 ottobre 2012 quando le hanno sparato, mentre andava a scuola nella valle di Swat, in Pakistan. Aveva 15 anni, e voleva semplicemente imparare.

Ho scritto di Malala prima sulle pagine del Corriere della Sera, poi in questo blog. Alla fine ho deciso di scrivere questo libro, a metà tra cronaca e romanzo, per farla conoscere ai suoi coetanei. Oggi, nel giorno in cui Malala compie 16 anni e parla all’Onu, condivido qui uno stralcio di questa storia di speranza.

— Malala, Malala guardiamo le foto! — Per fortuna ci sono ancora i cuginetti con cui provare a distrarsi un po’.
Impazziscono dalla voglia di sfogliare i vecchi album. E si divertono, loro, a farle mille domande.
— E chi è questo?
— Come si chiama quest’altro?
— Cosa facevate lì?

Anche a Malala, in fondo, piace guardare le foto del passato, in particolare quelle dei picnic di famiglia.
È una tradizione della domenica a casa Yousafzai. O perlomeno lo è stata.
Per i cugini, soprattutto per i più piccoli che sono nati in tempo di guerra, guardare le foto mentre Malala descrive quei posti è come ascoltare le favole della buonanotte, storie di un mondo di pace che non hanno mai conosciuto.

— Questa è Marghazar. C’è il famoso Palazzo Bianco, tutto di marmo, dove una volta il principe di Swat trascorreva l’estate, prima che la valle diventasse parte del Pakistan.
— E questo è il parco di Fiza Ghat. Abbiamo mangiato tanto pesce da scoppiare, quella domenica! Continuavamo a guardare le montagne… dovete sapere che c’è un tesoro di smeraldi nascosto al loro interno.
— Questa è Kanju…
A Kanju sono stati feriti due bambini, qualche mese fa, nella stazione di polizia. Qualcuno è entrato e ha cominciato a sparare contro gli agenti. Quei bambini, chissà come, si sono trovati nel mezzo. Ma questo Malala non lo racconta ai cugini.
— È ora di andare a letto! — dice invece, chiudendo l’album.
La mamma si è già ritirata nella sua stanza, come sempre quando vengono a casa uomini estranei che non fanno parte della famiglia.
— Monellacci, a nanna anche voi — dice il papà ai figli. A lei, invece, i grandi permettono di restare sveglia fino a tardi.

A un tratto Malala guarda il paesaggio fuori dalla finestra: il crepuscolo le sembra sempre così carico di premonizioni.
Il capo dei talebani, Maulana Fazlullah, si nasconde da qualche parte su quelle alture: da lassù parla alla radio, e da lì si sposta per colpire i suoi nemici.
Tra poco le montagne diventeranno invisibili, e le piccole luci di Mingora si accenderanno timide, una dopo l’altra, come per non farsi notare troppo.
Dietro ognuno di quei lumicini un po’ sfocati ci sono tante famiglie come la sua, riunite intorno a un pasto e alle proprie storie. E in quel momento Malala capisce una cosa importantissima: i talebani possono sparare, bombardare, gettare l’acido in faccia alla gente, ma non possono distruggere tutto. Non possono cancellare i ricordi felici delle persone.

 

Fonte: corriere.it