15 cose da copiare alle straniere sull'educazione dei figli

8 marzo 2016

Se di mamma ce n’è una sola, non c’è un solo modo per essere madre. Basta guardarsi attorno, per rendersene conto. E se si spazia al di là dei confini nazionali o culturali, le variabili si moltiplicano ulteriormente, svelando aspetti inattesi o antitetici nell’interpretazione di questo ruolo. In occasione dell'8 marzo vi proponiamo alcune liste di smart stategies da copiare alle straniere. Non per colpevolizzarci ma per vivere in modo più leggero la nostra vita. Ecco quindi 15 cose da copiare alle straniere sul loro modo di educare e seguire i figli.

1. Fanno più figli. Tanto per cominciare, le mamme in Francia, Norvegia, Svezia e Finlandia fanno più figli della media europea, con 1,8 contro 1,58 dei dati Eurostat. Le italiane seguono con 1,4 figli. Se i fattori correlati negativamente alla maternità comprendono la ricchezza, l’educazione, la partecipazione materna al mondo del lavoro, l’urbanizzazione e l’incremento dell’età anagrafica della madre, Francia e Paesi Scandinavi si fanno notare per norme molto flessibili sulla famiglia: “In Francia, c’è molta più diversità: genitori single, matrimoni in età avanzata, famiglie ricostituite e oltre il 50% di nascite fuori dal matrimonio”, elenca Laurent Toulemon, esperto di demografia presso il National Institute for Demographic Studies di Parigi.

2. Promuovono l’indipendenza. Meno chiocce delle mamme italiane, le straniere si muovono con maggior sicurezza, quando si tratta di contribuire alla costruzione dell’indipendenza dei propri figli. Le cose cominciano presto, complice una cultura che favorisce la socializzazione al di fuori dalla famiglia. In base agli ultimi dai Oecd, infatti, la presenza dei bambini al di sotto dei tre anni di età negli asili nido supera la media dell’Europa a 27 in 18 Paesi, con la Danimarca in testa con una partecipazione di oltre il 60%. L’Italia è al 22° posto con il 24%, cinque punti sotto la media europea.

3. Fanno rispettare gli orari. Come ogni genitore sa, mettere i figli a dormire richiede pazienza ed energia. Gli anglosassoni, però, sono strategicamente meglio attrezzati. Perché fanno molte meno concessioni sugli orari e aderiscono più fedelmente alle linee guide degli esperti. In pratica, stabiliscono l’ora in cui i figli vanno a dormire “scalando” dall’ora della sveglia il numero di ore di sonno di cui necessitano i bambini a seconda dell’età. Dunque: se un bambino di cinque anni ha bisogno di 11,5 ore di sonno e si sveglia alle 7, dovrà essere a letto alle 19:30, mentre uno di 12 che si sveglia alla stessa ora e ha bisogno di dieci ore di sonno, potrà andare a letto alle 21.

4. Pensano meno alla moda. Lo scorso anno, le mamme britanniche hanno speso 5,6 miliardi di sterline in abbigliamento per bambini, ma le mamme italiane sono certamente le più fashion oriented del mondo. Se un eccesso di attenzione al look rischia di limitare la libertà di movimento dei più piccoli che non si preoccupano di sporcare o rovinare un capo (mentre le mamme sì), per i bambini - mette in guardia uno studio del Dipartimento di sociologia dell’Università di Leicester -, il brand può diventare un mezzo per la costruzione della propria identità a partire già dai cinque anni. E, in questo senso, la famiglia gioca un ruolo di primo piano nel trasferire la consapevolezza dei marchi che, nel medio termine, possono portare anche a significanti pressioni nel gruppo di pari su ciò che è considerato accettabile e cosa no.

5. Non alzano la voce.  Alle mamme italiane capita che, per farsi sentire, urlino. E poi si sentono colpa (se ci sono solo i figli) o in imbarazzo (se ci sono degli adulti). “Quando i genitori alzano la voce, è perché sono sopraffatti dalla rabbia o dalla frustrazione”, conferma lo psichiatra americano Steven Dickstein che sposta l’accento dal fenomeno alle cause scatenanti. “Nella mia esperienza in Germania, noto che le mamme qui si preoccupano di molte meno cose rispetto a noi mamme italiane. Per esempio, la cena di solito è un pasto freddo, se i vestiti dei bambini non sono stirati non è un tragedia e nessuno è ossessionato dalla “maglietta della salute”. E’ forse per questa ragione che, alla fine, risultano più serene nella quotidianità”, aggiunge Roberta P., 33 anni, un figlio, ricercatrice a Berlino.

6. Leggono di più. Mentre attraversano le immancabili crisi di identità legate alle varie fasi della maternità - allattamento, svezzamento, terrible two, ma anche scuola, gruppo di pari, adolescenza e crisi di coppia -, le straniere sono in migliore compagnia, perché l’offerta di libri sull’universo dell’essere mamma nel mondo anglosassone è straordinariamente ricca. Saggi e romanzi, ma anche manuali all’insegna del come si fa, analizzano e scandagliano i modi e i nodi di questo ruolo. In comune, hanno uno sguardo disincantato, sincero, ma anche ironico sugli alti e i bassi di crescere i figli in modo consapevole.

7. Lavorano senza sentirsi in colpa. Complice l’Harvard Business School, le mamme americane hanno tirato un sospiro di sollievo. Perché se è vero che i bambini beneficiano della presenza dei genitori, uno studio condotto in 25 Paesi su 50mila adulti ha dimostrato che i figli di madri che lavorano saranno avvantaggiati da adulti. Questo è particolarmente vero nel caso nel caso delle bambine che, una volta cresciute, guadagneranno in media il 23% in più delle coetanee figle di madri che stavano a casa. Quanto ai maschi, non sono state registrate differenze retributive, ma in media dedicano sette ore e quindici minuti in più alla cura dei figli rispetto a chi aveva una mamma casalinga.

8. Non si preoccupano del freddo. Con tutta probabilità, soltanto in Italia si può sentire una mamma dire al figlio che corre su un campo da calcio di non sudare. All’estero, le mamme sembrano avere un rapporto più pragmatico con il clima. “Nei giorni nuvolosi al parco non si vede nessuno se non le famiglie di expat”, aggiunge Gianna Taccone, un marito inglese e due figli, amministratrice di Europlacement, società specializzata nella ricerca di nannies e insegnanti madrelingua. In Finlandia, per esempio, ai genitori è consigliato di lasciare i figli a dormire all’aperto durante il riposino, con temperature che vanno da zero a -23 gradi. Il freddo, infatti, non è considerato pericoloso e già a partire da due settimane di vita del bambino, si raccomanda di portare i piccoli fuori di casa. Secondo i genitori scandinavi, inoltre, i bambini che fanno il sonnellino all’aperto dormono più a lungo rispetto a quanto avviene in casa e sembrano essere meno portati a raffreddori e influenze.

9. Parlano una seconda lingua.  Imparare una seconda lingua, evidenziano le ricerche, migliora le abilità creative, cognitive e linguistiche dei bambini e regala una maggiore apertura ad altre culture. Secondo Eurostat, mentre l’Italia è ben posizionata per l’insegnamento delle lingue straniere a cui sono esposti il 98% degli studenti nelle scuole secondarie, solo il 16% alla fine parla una seconda lingua, contro il 21% degli altri europei che, dalla loro, hanno metodi di insegnamento più focalizzati sull’utilizzo della lingua che su regole grammaticali. E’ chiaro che a questo modo è anche più facile per le madri trasferire la familiarità con le lingue straniere ai propri figli

10. Non usano il “baby talk”.  Un cane non è un “bau bau”, un’auto non è una “brum brum”: rispetto alle mamme italiane, le straniere si esprimono usando meno “baby talk”. In pratica, evitano termini onomatopeici per comunicare con i figli quando iniziano a parlare. Le ricerche supportano questa tendenza: il “parentese”, ovvero il tono e la pronuncia accentuata di alcune parole (come “shooooes” invece di “shoes”) contribuiscono ad aiutare i bambini a “navigare” la lingua e aiutano a costruire un più ricco linguaggio. Diverso il caso delle parole che gli adulti non usano per comunicare fra di loro, ma solo con i bambini: “In inglese, molte finiscono con la lettera “y”, facilitando la differenziazione dei termini, ma possono anche rallentare l’apprendimento della lingua, perché i bambini devono imparare termini reali”, osserva Katherine White, professore di developmental psychology presso il Lab for Infant Development and Language dell’Università di Waterloo, in Ontario.

11. Viaggiano di più e vanno più lontano. Con 32,9 milioni di partenze verso l’estero nel 2015, fa sapere un report di Tourism Intelligence International, gli americani sono il gruppo di viaggiatori più numeroso. Ma non è tutto, perché le famiglie con figli e gruppi intergenerazionali che viaggiano insieme è uno fra i fenomeni emergenti più significativi sulla scena dei viaggi a lungo raggio. I bambini sono i primi a beneficiare delle partenze: uno studio di lungo periodo condotto dal Dipartimento dell’Educazione americano, che ha analizzato oltre 21mila bambini, ha evidenziato una relazione positiva fra la durata del viaggio e i risultati accademici. Infine, basta salire su un aereo per accorgersi che, rispetto alle mamme italiane, quelle straniere tendono ad andare più lontano con i propri figli, anche in tenera età.

12. Si prendono tempo per sé. In inglese, c’è un etichetta per definirlo: è il “me time”, il tempo per sé. Se la maternità riduce radicalmente le ore di tempo libero in misura inversamente proporzionale all’età e al numero di figli, uno studio condotto in Australia per Procter&Gamble evidenzia che, in oltre il 50% dei casi, le madri attribuiscono alla condivisione nella cura dei figli e nella gestione domestica il merito di liberare del tempo. In pratica, più della tecnologia, dell’aiuto domestico e dei posti negli asili nido, la chiave è il rapporto fra i coniugi. Nei Paesi in cui queste variabili sono all’opera sinergicamente, dunque, le mamme hanno maggiori possibilità di ritagliarsi del tempo. La cattiva notizia arriva dall’ultimo rapporto Ocse (dati 2013) che fotografa le ore dedicate ai lavori domestici. Le italiane sono sul podio con 36 ore a settimana, contro le 14 dei loro compagni. In pratica, 22 ore di differenza, il divario più ampio dei Paesi industrializzati

13. Fanno più sport. Secondo uno studio pubblicato da Lancet, il 61% delle donne italiane conduce una vita sedentaria. Contro il 47% delle americane, il 40% delle australiane, il 37% delle francesi e il 28,5% delle tedesche. Il rapporto con lo sport non è relativo solo al benessere personale, ma come evidenzia una ricerca dell’Università di Newcastle in Australia, impatta anche sulla vita dei figli. In particolare, sulle bambine: nella fascia di età fra 5 e 12 anni, infatti, si dimostrano più portate a fare sport se hanno una madre attiva.

14. Sono meno protettive. Attente, ma non ossessive: nei confronti dei figli le mamme straniere tendono ad avere un atteggiamento più rilassato. E questo si traduce in più spazio e più libertà di movimento. Se capitali come Tokyo si fanno notare per l’assoluta sicurezza che permette ai bambini già dalle elementari di compiere autonomamente il percorso casa-scuola, le mamme al di là delle Alpi si fanno molti meno problemi a girare per la città con i figli che pedalano sulla propria bicicletta. Dalla loro, però, hanno una capacità di attenersi maggiormente alle regole: quindi, il seggiolino in auto e il casco mentre si va in bicicletta non sono mai optional. “Ma ai bambini viene insegnato anche il rispetto delle code e a tenere una linea quando si cammina, senza disturbare i passanti”, aggiunge Taccone.

15. Hanno un atteggiamento più pragmatico.  Per necessità di cose o per cultura, le mamme straniere tendono a non trattare i loro figli come dei piccoli principi. “Mi capita sempre di notare come le mamme anglosassoni insegnino ai bambini a non interrompere quando qualcun altro parla”, fa notare Taccone. Ma non è tutto: “All’estero, i bambini sono responsabilizzati maggiormente e, quando sono in pubblico, non cercano attenzione a tutti costi, facendo rumore e confusione”, aggiunge Roberta P.. Insomma, conclude Taccone: “Il concetto vittoriano che suggerisce che i bambini si debbano vedere, ma non sentire ha lasciato il segno”. E questo, sul medio e lungo termine, si traduce in autonomia per i figli e in maggiore libertà e serenità per i genitori.

 

Fonte: d.repubblica.it